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BARRA DI NAVIGAZIONE

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BARRA DI NAVIGAZIONE
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NO WAR WILL EVER BE A GAME

di Walter Moore
Introduzione e Traduzione di Roberto Di Meglio

La guerra nel Golfo è finita da un pezzo, e forse a qualcuno potrà anche sembrare strano che in una rivista come questa si parli di guerra, di quella vera. Tuttavia, c'è molta violenza simulata nei nostri giochi, e questo - oltre a trasmettere talvolta un'impressione sbagliata su ciò che facciamo - può aiutare a creare una pericolosa "abitudine" a vedere la guerra come un normale metodo di risoluzione dei problemi. Per questo motivo ritengo che anche una rivista di giochi come la nostra debba prendere posizione su questo argomento. Ho chiesto di esprimere questa posizione ad una persona particolare: un giocatore, un militare dell'esercito degli Stati Uniti ed un amico.

12 Aprile 1991
Mentre sto scrivendo queste righe la guerra in Irak è ufficialmente finita. La guerra è finita, ma le uccisioni e le morti continuano.
Il mio nome è Walter Moore. Vivo nel North Carolina, negli U.S.A., e sono un membro della Guardia Nazionale. Circa una settimana prima dell'inizio della guerra, sono stato trasferito dalla mia vecchia unità, la 210th Military Police, subito prima che partisse per l'Arabia Saudita.
Ho visto i miei compagni prima che si imbarcassero, ho bevuto un paio di birre insieme a loro, ed ho parlato francamente con uno dei miei migliori amici nell'unità, che era solito venire a giocare da me, interpretando personaggi bizzarri. I giochi di ruolo: tiri il dado, vinci tu o il tuo nemico, nessun dolore. Ora il mio amico stava per lasciare la casa e sua moglie, e non si vergognava di dirmi che aveva paura di quello che sarebbe potuto accadere.
Non so come siano stati questi ultimi mesi in Italia, ma immagino che abbiate visto reportage televisivi simili a quelli che ci sono stati qui negli Stati Uniti: lunghe distese vuote riempite dal blaterare dei giornalisti e, sparsi qua e là, terrificanti momenti di vere notizie. Mi chiedevo in continuazione se quello che stavamo facendo fosse giusto, e dove tutto questo ci avrebbe portati.
Poi, il mese scorso, sono andato al matrimonio di un altro amico, nel Maryland. Mentre eravamo da quelle parti, abbiamo deciso di approfittarne per fare una visita a Washington ed andare a vedere il Museo Smithsoniano. Per ore abbiamo vagato davanti ad ossa ed artefatti vecchi di milioni di anni, attraverso esposizioni che richiederebbero settimane per essere viste per intero. Verso mezzogiorno ci siamo diretti a sud. Abbiamo oltrepassato l'alto obelisco del Washington Memorial e la famosa Reflecting Pool, dirigendoci verso il monumento che più desideravo visitare. E' diverso dagli altri monumenti commemorativi- gli altri sono bianchi, questo è nero. Gli altri sono circondati da folle che si accalcano, parlando dozzine di lingue diverse; questo è visitato da persone che cadono improvvisamente in silenzio, più in silenzio che in una chiesa. Non ha nessuna scultura, nessun ornamento, solo nomi. E' il muro, il memoriale del Vietnam, un muro nero coperto dai nomi di più di 58.000 uomini e donne, disposti secondo l'ordine della loro morte. L'ho guardato sbigottito- nomi, tanti nomi; non sarei mai riuscito a trovare quello che cercavo in mezzo a tutti gli altri. Ho trovato una guida e le ho detto quel nome, Felix D.King Jr., la data, 6 Novembre 1965, e lei me lo ha mostrato. Ci stavamo proprio sotto. Mio cugino. Mio cugino, che non ho mai potuto conoscere, che ha lasciato una vedova ed un bambino senza padre il giorno in cui un cecchino ha premuto un grilletto, dall'altra parte del pianeta. Sono rimasto là in piedi, immobile, sopraffatto dal dolore al pensiero di tanto spreco. Non ho nessuna simpatia o passione per la guerra, ma nonostante ciò faccio giochi che si concentrano sulla guerra ed il combattimento: non vedo nessuna contraddizione in questo, tuttavia. Nessun gioco può evocare da vicino l'orrore e la perdita di una vera guerra. D'altra parte, dovremmo ricordare che nessuna guerra sarà mai un gioco. Tre giorni fa, gli uomini della 210th Military Police, tutti quanti, sono tornati a casa.


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